Lega di cultura di Piadena
La Lega di Cultura di Piadena, con l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo Gianni Bosio a Roma, la SocietÓ di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, formano un arcipelago di realtÓ accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.


LA FESTA 2006

Festa 2006

LE FOTO DELLA FESTA

foto festa 2006 Un grazie per le foto a
Cesare Cattani, Gianluigi
, Eduarda, Romolo, Ingermar Holm, Claudio, Mauro Bacchetti, Elena Ulivieri, Hèlastre...

(AGGIORNATO! oltre 700 foto!
nuove foto inserite il 6 maggio 2006: da pag. 10 a 14.)

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Sabato 25 marzo 2006
Convegno sul tema “La ricerca”
Sono intervenuti: Alessandro Portelli, Cesare Bermani, Bruno Cartosio, Pietro Clemente, Luigi Chiriatti, Gianni Rinaldi e Antonietta Podda

Domenica 26 marzo 2006
ore 10: Ricordo di Franco Coggiola
Sono intervenuti: Alessandro Portelli, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Dante Bellamio e Tullio Savi

ore 13: La Banda di Castelponzone,
gli Ottoni di Milano, Napoli Extracomunitaria, I giorni cantati, Canzoniere Bresciano, Si Bemolle 1 14½ (Parigi), Suonatori Terra Terra (Firenze) e tanti altri...

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La testimonianza di Daniele Crotti

Lega di Cultura di Piadena:
la Festa del 2006, perché le emozioni non finiscono e non  finiscano mai!

Pontirolo, a casa del Micio, dalla famiglia Azzali, nella sede della Lega di Cultura di Piadena, dal Morandi (il Giusep) tanti fa inventata, portata avanti con indomita determinazione, sensibilità, forza di volontà, grazie a poche e tante persone, cui, parafrasando Sandro Portelli (attore altresì vitale di tale inevitabile incontro annuale con tutto il gruppo del Bosio di Roma), dovrebbe tessersi tale tela biblica: “sia ora lode agli uomini famosi” (per noi, per chi crede in certi valori, per non pochi veri compagni con cui dividere e condividere, appunto, un pezzo di pane, ossia cibo, amore, e solidarietà politica oltrechè sociale ed emotiva), ancora una volta: liberi come il vento.
Festa e giornata quest’anno più ricche, perché ogni anno che passa siamo più ricchi noi, perché sono proprio questi i momenti che ci arricchiscono, e quando ti rivedi, con i giorni precedenti in cui cominci quasi a scalpitare per correre e vivere questo incontro, e cominci a cantarlo, sei all’ottavo cielo, come mi ha visto e ci ha visto Claudio. E questa, compagni, è vera ricchezza, non soltanto interiore.
Non voglio dilungarmi (ma ne varrebbe la pena, credetemi; perché le cose da raccontare, per ciascuno di noi, sarebbero tante, tante e poi tante, in momenti come questi), non foss’altro per non ripetermi. Eppure ogni anno la festa, che la vuoi tale, ti riserba sempre piccole o meno piccole nuove sorprese, sia per quanto si dibatte e si discute sin dal giorno avanti, sia per le nuove facce (sempre più giovani; e i meno giovani tornano indietro nel tempo e ringiovaniscono dentro e fuori) che hai il piacere di vedere e conoscere, anche per poche ore (ma sai che resteranno particina vitale del tuo essere), sia per i piaceri e per la gioia che una fetta di buon salame (o cotechino o spalla cotta o riso con animelle o rigatoni al sugo o pecorino o grana padano o qualsiasi altro cibo) spartito con gli altri ti fanno provare, sia per le note musicali che spiegate cantate o suonate ti socializzano, sia, soprattutto, per esserci e per riesserci.
La memoria, “rifugio della vita e della storia”, la memoria, “arma della vita e della storia”, come ci ha cantato S. Genovese, è anche questo. Questo rivedersi, questo stare insieme, proporre, parlare, cantare, gustare, in allegria conscia e cosciente, questo viverci e viversi non fuori dal mondo ma dentro un mondo, un mondo fatto di tanti piccoli pezzi, di tante piccole grandi persone, come un mosaico di emozioni, una ragnatela di sentimenti che sempre più si allarga e che non può che promettere partecipazione, partecipazione attiva per cambiare, per cambiare, anche tra breve, quanto di meschino ed orrendo è stato da altri fatto.
Finisco riportando le parole che Enrico mi scrisse pochissimi mesi fa’, dopo un simile incontro nel territorio toscano dell’Istituto De Martino d’oggi (e ai tanti che nel passato lo hanno costruito e vitalizzato), e che io, ringraziandolo di cuore, rivolgo anche a tutti gli altri, a Bruno, a Roberto, a Leo, a Maria Teresa, a Maurizio, a mille altre persone amiche anche se non conosciute:
“ bellissima giornata: il sole, la luce, i colori, la festa, la gente ed anche le cose improvvisate. Avere la voglia e la forza di stare insieme, di parlare, di guardarci in faccia, di sentire il calore umano in un momento storico in cui si tende a dividere, a isolare, ad appiattire tutto, è più rivoluzionario di qualsiasi discorso politico si senta in giro”.

Daniele Crotti,
Pilonico Paterno 4, Perugia

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Quando si arriva…

Quando si arriva. Quando si arriva, è un arrivare vero, è un giungere alla riva di un’isola dove le parole sembrano ancora avere il significato originario.
È come un salvarsi, naufraghi tutti, come i naufraghi contarsi tra i sopravvissuti: “guarda, c’è anche lui, che bello!”, e poi incontrarsi e parlare e guardare e ascoltare e respirare e urtati urtarsi, strusciare di compagni tra compagni e sedersi intorno a te stesso, saperti lì dentro e addentrarsi negli altri; si sta stretti e posto per tutti non ci sarebbe, ma la logica qui usa altri parametri, e altri paramenti vuole il luogo, il tempo, il volgo…
Quando si arriva ci sono file di  auto e gente che giunge a piedi, musicisti in divisa, a piccoli gruppi, si portano là dove stai andando anche tu e piano li sorpassi con un po’ di incredula invidia: è bello suonare per gli altri, se lo sai, lo fai anche tu.
Sono poche case, è un piccolo borgo tra i campi, subito dopo la strada ferrata, pochi gli alberi ed è bello assaporare la primavera.
Quando si arriva, quando si giunge, si congiungono migliaia di fili, migliaia di capillari connettono energia vitale, diverse le filosofie, diverse le forme, ma l’ idioma affettivo è lo stesso.
Quando si arriva, si devono fare poche curve, poi un posto per l’auto si deve pur trovare, e finalmente metti piede a terra, la riva comincia lì. Ecco ora sei dentro a quel panorama che vedevi da lontano, pensi alla confusione che ci sarà là dentro, ma già ti fermi a salutare qualcuno che conosci, un saluto, un “come va?”, forse non sei neanche sicuro del suo nome e ti rammarichi di non ricordarlo, ma non importa, qui i nomi sono direzioni del cuore ed è facile trovarsi a parlare con sconosciuti amici, solidali esistenze che dividono con te il tempo che c’è.
Eccola la casa, c’è una bandiera rossa sul tetto, non è di quelle grandi, ma vibra contento il suo colore e non c’è bisogno di slogan, di parole d’ordine, quella è la casa, la festa, l’unica festa degna per me di questo nome, è un tempo sospeso quello che lì si trascorre, c’è tanta gente, è già tutto pieno, ma ne arriverà ancora e, pare incredibile, il posto si trova per tutti.
Questa è la festa, quella vera, quella che si fa per fare (essere) festa, non ti devi mettere il vestito buono per andarci, sappi che siederai con altri che non hai mai visto, ma che già conosci.
Conoscenza è ciò che si apprende “con i sensi” e qui li usi tutti.
Belli i colori, tanti, tutta la tavolozza c’è, e odori di gente a contatto e profumo di cibo, fumo di pentoloni, ombra di sottotetti, là fanno da mangiare, mucchi di giacconi sulle panche, ma come si fa a resistere?: si fa, si fa! E i visi, i volti, che belli! Qui il bello è una cosa a sé e il gusto del cibo mescolato alla vista degli altri, al loro suono, ah che incredibile parlare, parolare, parabolare, favellare di bellezze, un concertato inintelligibile fende l’aria e ti lascia parlare, parolare, parabolare, favellare…
È una vera festa, penso alla definizione del dizionario:   “Solennità religiosa, o civile o familiare e specialmente per onorare le divinità, che gli antichi celebravano sempre con danze, conviti e canti; dimostrazione di allegrezza, di gioia.” quella della casa, quella che un’umanità condivide (con-divide) con se stessa.

Qui la parola “gratis” cessa di avere quel sapore di imbroglio capitalista e ridiventa “per pura grazia” e non riesci ad approfittarne fino in fondo, ma volentieri ti dai, ti dai agli altri, volentieri monti lo strumento e suoni, sfoderi la voce che hai e la usi per cantare o resti incantato ad ascoltare gli altrui canti…

Ecco un “pazzariello” con tutta la banda fende a fatica l’atmosfera carica di suoni e canti e per un attimo ruba la voce agli altri, non c’è un palco, quella festa è il palco, lo è tutto il luogo, i tavoli sotto la tettoia così come il boschetto vicino e trovi il ritmo anche nella coda di persone che aspetta di avere un piatto di qualcosa da mangiare, un bicchiere di vino, a volte cantano anche loro, quanti colori!
Non c’è un’altra festa come questa, qui la musica non la senti dagli altoparlanti, non c’è atmosfera artificiale: ciò che si vede è, ciò che si sente è, quello che mangi, che bevi, che consumi, qualcuno lo paga, qualcuno no, non c’è una cassa davanti alla quale fare la fila, ma persone che spontaneamente raccolgono contributi e per primi li versano, puoi anche venirci senza un soldo o puoi decidere di non tirarne fuori, la festa sarà comunque.

La Banda si è riunita ed entra a suonarci l’Internazionale ed è musica cui si aggiunge il coro, ma non c’è comando per questo, non c’è scaletta, un canto segue un altro, per filo logico, per somiglianza, per richiamo ideologico; così pure i discorsi e le persone, non c’è dibattito programmato, ma la gente parla, parla, parla… a volte sovrasta il canto, ma questo non sa tacere e nascono proposte vocali, proposte cantate, proposte d’umore; un bombardino disegna l’armonia di un canto a cui partecipa un coro di gruppi a se stanti e lontani tra loro, voci solitarie si avvicinano e cantano, “ecco questa la so, questa la so e la canto”, non c’è modo di accordare gli strumenti, ma non c’è strumento che si scordi, non c’è strumento che si dimentichi perché è venuto alla festa, perché sia rimasto ad aspettare in auto, perché ora stia suonando: sono stati comprati apposta, mica per fare successo, ma per suonare sono nati!, e così le voci roche, impastate dal vino, ubriachi di parole, voci urlate, voci cantate, voci parlate, quante voci, quante bocche aperte e occhi che cercano l’intesa per fare la seconda, la terza, la prima , l’ottava sopra o sotto, uomini e donne che cantano e bambini, ragazzi che, muti, sognanti, incantati (letteralmente: avvolti dal canto) ascoltano, gli occhi aperti, la testa che muove lo sguardo verso te che suoni, te che canti, te che ascolti, te che batti il tempo sul tavolo, te che soffi nella bottiglia, te che versi il vino nel bicchiere dell’altro e un altro che ti grida “passa il bottiglione!, mica per ubriacarsi neh!, ché gia le voci mi hanno ubriacato” e non c’è saluto a cui non si risponda, non c’è volto che non sei contento di riconoscere o di condividere, non c’è parole per dire grazie a chi canta o suona, anche questo è tutto gratis, per pura grazia, perché siamo contenti di cantare perché siamo contenti di ascoltare….e c’è lo sguardo di quelli che è tanto tempo che non ascoltavano quei canti e quasi non se li ricordavano neanche più…qui c’è il gusto del buono e del bello, che bello trovarsi, che gusto assaporarsi, che senso dolce di antica saggezza sta in questa festa, te lo chiedi e l’unica certezza che hai è questa poca cosa: se non ci fosse non riusciresti neanche ad immaginarla….   

P.S. Questo non è quello che ho detto alla riunione forse, e un po’ mi dispiace, non so se è quello che volevi che facessi, ma è sicuramente l’immagine, l’esperienza che ho io della vostra festa , prova tu a cercare tra le righe quello che ti sembra significativo e utile
Ciao e che on finisca mai!
Sandro del N. C. B.

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Considerazioni sulla festa

Dopo l’ultima edizione della festa (2005), alcuni di noi hanno avuto modo di scambiarsi della valutazioni e proporre qualche riflessione. Questo perché ci è parso di vedere negli atteggiamenti (e nei comportamenti) di alcuni partecipanti un che di “indifferenza” alle ragioni più di fondo della festa stessa, che andassero al di là del pur importante momento conviviale. Possiamo dire che in questi ultimi anni c’è stata più una “crescita” di partecipazione ma forse non uno “sviluppo (culturalmente) sostenibile” della stessa. Per questo pensiamo che sarebbe opportuno ricordare a tutti noi il perché è nata la festa, e quindi con quale motivazione e consapevolezza vi si partecipa. In sostanza una riflessione sul “chi siamo e cosa vogliamo” da questa essa, rendendo tutti partecipi del lavoro fatto e di quello in itinere portato avanti dai vari soggetrti che vi partecipano (a cominciare dalla Lega di Cultura, l’Istituto De Martino, Il Bosio ecc.) cercando di mantenere, nel limite del possibile, una certa coerenza tra “forma” e “contenuto”, o se si vuole tra “mezzo” e “fine”, quando oramai sappiamo che nel primo ci sta il secondo…In sostanza ci è parso di vedere che alla ”quantità” dei partecipanti non ha corrisposto una nuova “qualità”, e cioè una diversa ”responsabilità” di ognuno e di tutti rispetto a ciò che stavamo vivendo. E questo cambiamento è testimoniato - a parer nostro - dal fatto che il momento più formalmente politico-culturale è snobbato dai più, relegato nel boschetto, mentre quello più tradizionalmente ludico diventa l’evento centrale della giornata tra l’altro comportamenti che ci hanno lasciato molto perplessi. In sostanza c’è chi ha abusato della calda dell’ospitalità offerta dai compagni/e della Lega.
Dicendo questo non vorremmo essere però fraintesi: non vogliamo assolutamente sottovalutare il piacere  del buon cibo e del bere bene: non siamo degli asceti! Ma allora
“che fare”? Proponiamo qualche suggerimento che forse non è adeguato alla domanda che ci siamo posti all’inizio sul “chi siamo e cosa vogliamo” dalla festa, ma che cercano di ridare un minimo di coerenza tra un certo mondo di valori ed i comportamenti di ognuno:

    1. Pensiamo che l’incontro della mattina si tenga sotto il tendone principale. Solo alla fine dovrebbe iniziare la distribuzione del cibo…
    2. Proponiamo che ognuno porti il suo coperto,  evitando così di lasciare in quel di Piadena un’impronta ecologica troppo pesante (usa e getta, rifiuti vari, uso di materiale non riciclabile ecc.).
    3. Proponiamo che l’offerta gastronomica dei compagni/e della Lega non vada oltre un buon piatto di pasta e il vino. Il resto lo porta ogni partecipante condividendolo con gli altri.
    4.  Sarebbe bello poter offrire la nostra disponibilità  alle donne e uomini della Lega nell’approntare materialmente la festa (strutture, cucina, ecc). Parafrasando uno slogan di qualche tempo fa: faticare meno ma faticare (un po’) tutti (quelli che ci stanno, naturalmente). Questo per la semplice ragione che anche i compagni/e della Lega hanno diritto di godere dell’incontro insieme a tutti gli altri.
    5. Infine chiacchiere, balli, canti e musiche in libertà!

Questo, a nostro parere, faciliterebbe quella dimensione umana delle relazioni che forse in questi ultimissimi anni è stata un po’ sacrificata. Del resto
essere “compagni” vuol dire sì “dividere il pane” ma anche una passione politica, dei progetti, delle speranza, e - perché no - dei sogni.

Roberto Cucchini
e Nuovo Canzoniere Bresciano


sardi Una trentina di allievi dell'Università di Cagliari e tre professori di storia contemporanea in "gita" tra cascine e archivi.

(La Provincia, 27 aprile 2002)

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Articolo La Cronaca 1Da tutt'Italia per la Lega di Cultura...
(La Cronaca, 25 Marzo 2002)

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