Lega di cultura di Piadena
La Lega di Cultura di Piadena, con l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo Gianni Bosio a Roma, la SocietÓ di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, formano un arcipelago di realtÓ accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.


LA FESTA 2007

PER IL 40° DELLA LEGA DI CULTURA DI PIADENA
di Eugenio Camerlenghi
25.03.2007


La Lega di Cultura di Piadena ha il privilegio di due natali, che corrispondono a due momenti di impegno forte (come le stesse date possono attestare).
Nelle nostre carte troviamo una fondazione di fatto, che avviene la sera del 14 aprile 1967, come un distacco dalla Biblioteca Popolare di Piadena. Mossa dalla insoddisfazione verso i limiti che si ritennero intrinseci al lavoro di inchiesta – pur prezioso e non privo di contrasti da parte del potere e dell’ordine costituiti – che fino allora era stato condotto assieme a quel gruppo di compagni. Veniva formulato in alternativa il progetto di un intervento di tipo nuovo, fatto “anche di proposte, di resistenza e di lotta all’attuale sistema di produzione e di distribuzione” per tentare di incidere “concretamente sulla realtà con delle prese di posizione e delle azioni”. Per i fondatori della Lega di Cultura era venuto il tempo di uscire dalle forme consuete della lotta politica.
Nella giornata del 30 marzo 1977 si volle dare una figura giuridica alla Lega, per renderla strumento privo libero da troppi impacci e facilitare l’espansione della sua attività oltre l’ambito locale. Davanti al Notaio Grasselli si presentarono in 11; ma nell’atto figurano in 10, perché il rogante non volle complicarsi la vita con l’analfabeta Pierino Azzali, pure presente e candidato alla Presidenza. Erano tre braccianti, attivi o pensionati (come la Genia, che si dichiarava casalinga, e Pierino), due operai e un’operaia, due artigiani, tre non addetti a lavori manuali (un impiegato, un insegnante, una improbabile casalinga che si chiamava Gioietta Dallò).
Una composizione poco omogenea, simile a quelle che avevano avuto in questa stessa Bassa Padana i primi gruppi sovversivi di base, di ispirazione anarchica e socialista. Uniti da un medesimo progetto fortemente ideologico, come “realizzare un intervento culturale sulla condizione locale delle classi lavoratrici, non limitato alla sola documentazione, ma finalizzato anche alla elaborazione, nel rapporto costante e nella libera discussione con i lavoratori ed in aderenza con lo stato e la coscienza delle categorie interessate, di proposte per la trasformazione in senso progressivo della condizione operaia e contadina, nonché alla prospettazione di tali proposte sul piano culturale e politico, anche in collaborazione con altre organizzazioni democratiche.”
In questa enunciazione sono da evidenziare almeno due passaggi che, mi pare, costituiscano contrassegno di tutto il lavoro che sarebbe seguito: il riferimento alle classi lavoratrici per quel che esse erano e sono, l’assenza di atteggiamenti paternalistici, di qualsiasi pretesa di educare, far crescere, produrre prese di coscienza, che sono stati propri delle culture piccolo borghesi quasi sempre vincenti nei partiti della sinistra storica, durante il secolo che corre dalla fondazione del Partito Socialista (1892) alla Bolognina (1889). E l’apertura all’incontro, al confronto, alla collaborazione con ogni altra organizzazione democratica. Dove quest’ultimo aggettivo è l’unica condizione posta al dialogo e la sola discriminante per arrivare ad azioni comuni.
Scelte di fondo sulle quali i fondatori convergevano senza fatica, che essi derivavano naturalmente dalle due distinte e pur connesse paternità che presiedettero alla formazione della Lega di Cultura: di Gianni Bosio e di Pierino Azzali, appunto.
Da Gianni Bosio veniva l’approccio tra eguali che doveva ispirare il dialogo nella società, il rigore rispettoso delle forme di espressione altrui, la consapevolezza della storia diversa che i gruppi socialmente subalterni si portavano dentro; l’idea stessa di richiamare alla attualità il nome delle Leghe di Resistenza, che i proletari e i poveri senza speranza delle campagne padane si erano dati per cercare di sopravvivere alla fame e alla pellagra. Ma specialmente, vorrei dire, quella consapevolezza drammatica dello strappo che la fase capitalistica allora aperta stava infliggendo alla democrazia.  “L’offensiva reazionaria e neocapitalistica” – iniziata secondo Gianni Bosio ancora nel 1948, col Patto Atlantico e poi con l’avvento della televisione, per lui (che scriveva nel ’66, presentando proprio le attività della Biblioteca Popolare di Piadena) “avvenimenti ... emblematici in quanto hanno rappresentato momenti decisivi nell’opera volta a strappare, dopo la forza anche la coscienza delle masse” – questa convergente offensiva arrivava adesso a tradurre quella che egli riconosceva come una “facile vittoria sugli organismi culturali della Sinistra”, in un dominio incontrastato, nel quale gli sconfitti sono portati ad assumere i modi e i contenuti dell’avversario vincitore. Là dove “le cosiddette comunicazioni di massa ... fatte proprie dagli stessi partiti operai in chiave di cinghia di trasmissione dall’alto in basso o dal colto al cosiddetto incolto, non considerino la situazione culturale obbiettiva dei destinatari”.
Del che non manca certamente a noi tutti la quotidiana dimostrazione.
Il magistero di Piero Azzali non fu mai espresso con discorsi o dichiarazioni formali, e tanto meno con gli scritti. Consisteva nel suo modo di vivere e di porsi in relazione con gli altri. Suo e dei tanti che come lui erano stati i dannati di questa terra, che pur avevano con le loro braccia costruito intorno al Po. Ed avevano dovuto sopravvivere separati e diversi, avevano dovuto difendere l’esistenza propria e dei familiari, mantenendo il rispetto di sé sottoposti alla legge dei padroni, senza dar loro niente di più che il proprio lavoro, per quanto possibile meno malpagato. Da Piero venne ai ragazzi che volevano fare la Lega di Cultura l’orgoglio di essere quel che erano, la consapevolezza che la storia erano loro, che la lotta di classse si doveva fare dove si viveva, che poteva essere un modo di vivere.
Senza atteggiamenti eroici, col pragmatismo di chi conosce il valore di una giornata vissuta. La Lega di Cultura ha tenuto fermo il proprio attaccamento a questa matrice contadina trasfondendo nel proprio lavoro le infinite risorse creative e di organizzazione della famiglia contadina, ponendole - per una volta - non tanto al servizio della privata sopravvivenza quanto di una passione culturale e civile, politica. Rovesciando lo schema abusato della pretesa arretratezza rurale per riallacciarsi direttamente e con forza alla tradizione concreta italiana della Resistenza o, più indietro, della costruzione di movimenti libertari.
La doppia fondazione della Lega di Piadena avvenne in tempi di ripensamenti sullo stato
della Sinistra nel paese che paiono a noi oggi ancora privi di scioglimento. Lungo questi decenni hanno trovato ragione coloro che già all’inizio si sentivano estranei e in dissenso rispetto alla gestione, che del comune patrimonio politico andavano realizzando i partiti storici. Oggi quei partiti sono tutti scomparsi, ma niente di nuovo, di solido li ha sostituiti.
Ne sono uscite piccole schiere di dirigenti mediocri e replicanti, incapaci di rinnovarsi, spesso vanitosi, un po’ vili. Sempre convinti di sé e ben determinati a non cambiare il proprio messaggio, per far posto almeno a una porzione delle idee di qualcun altro. Vengono in mente le riflessioni di Antonio Gramsci sulle classi subalterne, per definizione frammentate, dannate a formare gruppi tra loro divisi, disposti a battersi per rivendicazioni di carattere ristretto e parziale o ad aderire alle formazioni politiche offerte dalle classi dominanti, per influenzarne i programmi.
La composizione di classe in questi decenni è andata mutando in modo impressionante, lasciandoci senza fiato, con i nostri vecchi strumenti. L’analisi che la Lega di Cultura faceva il 1° Maggio 1967, in quello che mi pare sia stato il suo primo volantino autonomo, anticipava il modello che avrebbe pervaso tutta l’economia del Paese:

            IL CAPITALE AGRARIO SI RISTRUTTURA
I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono
trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. È finita.
Dietro le barchesse demolite costruiscono le stalle moderne e i silos.
La cascina muore. Le case dei contadini
(dei coltivatori diretti, volevano dire, i nuovi sfruttati a tempi pieno)
sono in costruzione.
La produzione agricola ha necessità di una nuova struttura.
Avanti le forze giovani qualificate e specializzate a farsi distruggere!

La forza e la lucidità di questa analisi, che troppi intesero come un fatto circoscritto ad un settore in ritardo – ed era invece il segnale di una tendenza generale – è rimasta a lungo patrimonio della Lega di Cultura. Anche negli ultimi anni, con nuovi strumenti come l’inchiesta cinematografica. Ma è mancata la capacità di tradurre l’analisi in proposta politica, sia pure di base.
In sede di bilancio non si devono nascondere le note critiche – o autocritiche – come la constatazione che ad animare le attività della Lega di Piadena sono rimasti solo quelli di sempre.
Certo, il lavoro di raccolta, di documentazione è stato enorme, non meno intensa ne è stata la diffusione, la comunicazione; la rete di amici e compagni collegati alla Lega è estesa in Italia e fuori d’Italia. Anche le tematiche di questo lavoro si sono notevolmente allargate. Penso non solo alla capacità di cogliere i cambiamenti nel processo produttivo agricolo; penso alla comprensione e all’impegno sulla questione ambientale; penso all’incontro con i nuovi soggetti immigranti, alla pratica esemplificazione dei nuovi rapporti umani che comportavano, all’impegno morale e politico per farli affermare.
Al contrario, quella che doveva essere la elaborazione di proposte per la trasformazione della condizione operaia e contadina è rimasta indietro. Non meno che per tutta la sinistra italiana, per la verità, la Lega di Cultura non è arrivata a rispondere tempestivamente e complessivamente alla grande trasformazione della società che prende le mosse dalla seconda metà del Novecento. Dove il mutamento del quadro sociale, della composizione di classe anche ai livelli locali, mi pare abbia costituito, dal nostro punto di vista, il fattore decisivo; un processo lungo e tormentato sfociato alfine in una sorta di esasperata frantumazione, fino all’isolamento individuale del cittadino lavoratore, nel lavoro, nella famiglia, nella consapevolezza culturale. L’operazione che riusciva al capitalismo nelle campagne durante gli anni Sessanta, con la pratica rimozione dell’avversario di classe nel processo produttivo, è andata passando insomma su scala generale.
È nostra comune sciagura che la sinistra, per tutto il suo arco, sia egualmente investita da questa mutazione umana. Se da una parte non si esce dai fortilizi in forma di partito, consacrata dalla Seconda Internazionale e rifinita dalle regole d’ispirazione bolscevica, dall’altra sembrano dominare le ricadute culturali mutuate dall’etica della competizione borghese e dai riflessi di un’educazione cattolica pervasiva. Che induce a “testimoniare” anzitutto di sé stessi e del proprio passato, magari anche in Parlamento, a spese di noi tutti.
Ancora una volta il pensiero ritorna al Gramsci critico del Risorgimento ed all’immagine di “attendamenti zingareschi e nomadi della politica”, che egli vedeva negli eredi dei movimenti postmazziniani e garibaldini, attivi ai tempi suoi.
E allora per contrasto bisogna pure ricordare la straordinaria, naturale laicità che corre lungo tutta la storia della Lega di Cultura. Assieme alla tolleranza e alla comprensione nel rapporto costante con le realtà sociali, alla solidarietà, all’umile chinarsi per ascoltare le parole di coloro con i quali è possibile rapportarsi. Di quello che può essere il compagno col quale percorrere un po’ di strada. In cui consiste la distanza siderale da chi s’immagina di far di sé medesimo la misura del mondo.
In questo paesaggio di rovine e di qualche speranza è importante che la Lega di Piadena mantenga la forza di continuare a rappresentare il paese e il popolo da cui è nata. Senza fermarsi troppo a contemplare sé stessa. Rinnovando i suoi quadri, se possibile; ma continuando a produrre, ancora a “cercare”, come esortava Claudio Napoleoni. I tempi venturi ne avranno più bisogno che mai.

Eugenio Camerlenghi, 25 Marzo 2007



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Ecco le foto di Daniele, Romolo e Paola!
   
 

Pontirolo. Centinaia di persone da tutta Italia sfidano il freddo per il quarantennale: «Qui vive ancora l’utopia»


 

Lega di Cultura, assalto alla festa

Bisogno di compagnia, bisogno di societàdi Davide Bazzani PONTIROLO (Drizzona) — «Se anche fosse scesa la neve, saremmo stati qua». Il professor Gianni Tamino di Mogliano Veneto, docente di Biologia all’università di Padova, già deputato ed europarlamentare, ieri mattina ha riassunto in modo efficace il pensiero di quanti, a centinaia non solo dalla nostra provincia ma da tutta Italia, nonostante il freddo e la pioggia battente, hanno partecipato alla festa della Lega di Cultura di Piadena, nel 40esimo anno di vita, sotto il tendone allestito nel cortile della casa di Gianfranco Azzali, il ‘Micio’. Perché, come ha sottolineato il docente, presentato da Giuseppe Morandi, «è una scadenza annuale attesa», che si riassume in una parola: ‘Convivialità’. Non (o non solo) per il cibo mangiato fianco a fianco, ma come «voglia di vivere e fare le cose insieme», come desiderio di «condividere» idee, esperienze, «con la propria testa», non con quel che propina la tv. D’altronde, il tema 2007 era ‘Bisogno di compagnia, bisogno di società’. Per Peter Kammer «è grandioso» che dopo 40 anni ci sia ancora la Lega di Cultura a dire certe cose, «e d’altronde Piadena è il luogo dove senti il polso della vita e dove capisci quel che succede nel mondo». Perché qui «comprendi che è ancora possibile cambiare, che ci possono essere delle utopie».

E’ importante, secondo il regista Paolo Benvenuti «poter discutere della nostra storia per dire la verità al di là delle falsificazioni che fa la cultura ufficiale». Cosa che egli ha cercato di fare con il film ‘Segreti di Stato’ sulla strage di Portella della Ginestra (11 morti, 1 maggio 1947). la provinciaAl dibattito hanno portato anche altri il proprio contributo, tra critiche ai partiti (anche di sinistra), bandiere rosse e striscioni dell’associazione Italia-Cuba. Alla fine, quel che più continua a contare, per la Lega di Cultura di Piadena, è emerso nettamente, è comunque l’umanità, che si colloca ad un piano superiore rispetto a qualunque ‘sovrastruttura’ ideologica. Poi la festa vera e propria, tra piatti di pasta, cotechini, torte, canti e musiche di diversi gruppi. Il compito più ingrato, fuori, è toccato ai volontari della protezione civile ‘Platina’, impegnati a disciplinare traffico e parcheggi — aperto anche il vicino scalo ferroviario — sotto l’acqua.


 

articolo La Cronaca

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Il diario di Daniele Crotti

Giorni e notti cantati tra Pontirolo
Drizzona Piadena e Calvatone

Questo anno sia aggiunge mia sorella, pure lei legata ai ricordi di questa Piadena da parte di mamma, che qui vi visse la sua fanciullezza. E’ sabato ed eccoci quindi pronti a partire, io, Marina, i miei figli Luca e Marco, e Claudio, l’amico. Partiamo con un leggero ritardo ma arriviamo con un leggero anticipo così l’incontro con i compagni di Pontirolo, di Piadena, di Calvatone, è immediato. Il Micio, Giuseppe, Bruno, e via via tutti gli altri (e li voglio citare, uno per uno in ordine di apparizione al sottoscritto, quasi un teatro di vita: Teresa, Enrico, Leo, il Peto, Maria Teresa, Maurizio, Giovanni, …). Siamo subito alla Sala Civica per il consueto dibattito, oggi preceduto e concluso, in altri termini ravvivato, da alcuni canti corali. Coralità quindi, coralità che potrebbe rappresentare, dice qualcuno, una nuova forma di partecipare la cultura, ossia il collegamento tra persona e persona, tra gruppo e gruppo, tra popolazione e popolazione, per una socialità anche cantata, in una società nuova e più umana. Sono i temi del dibattito, “bisogno di compagnia bisogno di società”, forse confusamente ma con determinazione e sentimento presentati dal “vecchio Peter”. 40 anni di storia della Lega, quella vera, quella di Cultura di Piadena che nell’aprile del 1967, grazie al Giusèp e alla famiglia Azzali, nacque, per agire nella società contadina di questa  realtà al fine anche di una (ri)costruzione dei rapporti umani, per conoscere e fare conoscere la vita, per raccontarla e cantarla. Esempio da esportare in altre realtà, anche operaie, anche intellettuali. Nella presentazione del dibattito, che potrebbe poi essere la presentazione della festa odierna e delle feste passate, e, ci auguriamo tutti, di quelle, tante, se non infinite, future, viene citato, pensate, persino Aristotele: “l’amicizia è momento di raccordo tra etica e politica”, da cui il valore indubbio dell’amicizia, come valore dell’amore e della solidarietà tra le persone e tra i popoli. Ecco, in fondo, il sunto, il succo, il sugo, sì il sugo, di tutto ciò, che qui ogni anno riviviamo. Certo, forse avulsi da quanto ci circonda, ma perché giorno di festa, in quanto per altro quotidianamente calati in questa società che tanti valori sta calpestando e contro cui vogliamo affermare il diritto di essere liberi e veri.
ci siete tutti (Peto ed Enrico affiancati). Manca il Micio, ma sto bischero s'era seduto dietro gli altri.A sera a cena alla cascina del Micio. Ed è solo sabato, sabato sera. Ma la festa è già cominciata. Si inizia a cantare, presto. Perché il canto, il canto dei canti di tradizione, è momento di aggregazione, di conoscenza, di partecipazione; e questi canti sono racconti di storia, di memorie, di vita. I francesi, molti, sono tra i primi a volere scaldare questa serata inaspettatamente ancora invernale. Eppure è una festa di primavera! Ci sono i Suonatori Terra Terra di Firenze, tra cui un Massimiliano, faccio solo un nome, siciliano trapiantato nel capoluogo toscano che li accompagna con i cucchiai (sì i cucchiai di Remo della Brigata Pretolana; la ricordate? Vi racconterò un giorno); ci sono giovani e giovanissime da Sesto Fiorentino (un altro nome, Irene, pensate: classe 1990) che ripropongono “pezzi storici” della resistenza e delle lotte di fine anni sessanta (emblematica la Santa Caterina dei Pastai, ovviamente dedicata proprio a loro, “ai Piadena”), ci sono i portoghesi, ci sono i Giorni Cantati di Calvatone e Piadena, ci siamo noi, ci siete voi, ci siete tutti. E altri arriveranno, domani. Inevitabilmente ma assai simpaticamente poco dopo le undici il “capo di casa” si alza e con perentoria tenerezza ci invita ad andare a dormire: “fòr di bal” (ma soltanto per motivi tecnici, sia chiaro). 
Domenica mattina, contro le previsioni del Fontanella, e dopo tanti anni, “el piov” e pioverà tutto il giorno. Festa bagnata: festa fortunata o festa sfortunata? Impossibili gli stand e ridotti gli spazi. Peccato (Luca aveva proposto, oltre ad un progetto arboreo per il “Bosco dei Popoli” qui dal Micio, ovvero la Casa della Lega di Cultura, la presentazione di un prodotto di agricoltura bio-sociale, quale la fagiolina del Trasimeno, di origini antichissime seppur importata). L’umidità e l’acqua (più che il freddo) sono però ammortizzate dalle tante persone che piano piano continuano comunque ad arrivare; certo, meno numerose del passato, oggi, ma alla fine saremo centinaia e centinaia. Ma ecco il ricordo e il racconto di questi lunghi quarant’anni e più (per me sono soltanto 5 o 6, ma ricchi, nuovi e stimolanti) in alcuni dei suoi protagonisti. Portelli: l’intellettuale rovesciato di Gianni Bosio “impara a Piadena”, perché l’ospitalità è anche mangiare insieme, ossia la cultura, sì perché anche questo è cultura, è condivisione e socialità nella quotidianità, e quindi compagnia, ovvero “dividere e condividere il pane”. E Ivan: si sta insieme a popolare l’ignoto (perché ignorato?) in quanto il noto fa schifo e perché questo ignoto è un potenziale per un socialismo utopistico possibile (nella memoria di suo fratello Luciano Della Mea); quindi non solo esistere e resistere ma anche consistere. L’Agostinelli: questo luogo e questo giorno è una continua narrazione della vita. Ancora Peter: imparare a Piadena? Sì, dalle condizioni di vita di una classe sociale per resistere e passare al contrattacco, perché è qui che senti il fulcro della vita che incalza. Paolo Benvenuti: qui è più, oltre lo stare insieme, è una forma di comunicazione diversa, alternativa alla falsità della cultura ufficiale. Poi Tamino: è una rivoluzione culturale che vuol superare la cultura attuale (ignorante e imposta) e perciò “grazie Piadena” perché ancora dà la forza per dire che un cambiamento è ancora possibile (tanti partiti passano, la Lega di Cultura no, per fare un esempio forse non così banale). E altri ancora scivolando così nel vivo di questa giornata, umida grigia e piovosa soltanto nelle condizioni atmosferiche (sapete cosa ha detto il Micio? Beh, che si scusa perché avrebbe voluto accoglierci in modo migliore!).
Cibarie e vino, semplici e buoni, a volontà, come sempre. Anche con il contributo dei convenuti. E canti, suoni, timidi balli per spazi quest’anno non fruibili (e ardue conversazioni visto il rimbombo sotto i teloni necessari quanto provvidenziali), gruppi che si alternano ai microfoni, tanti giovani (e meno giovani, di tutte le età, come sempre, qui), e poi i Giorni Cantati, a grande richiesta (dal Bosio di Roma, emanazione meridionale, dice Sandro, della stessa Lega di Cultura), con una incompresa breve invasione di un anacronistico “invasato”, prontamente contenuta dalla intelligenza dei più.
Che giornata. Grazie Piadena, ancora una volta, ancora, ancora, ancora.

Daniele Crotti
(Perugia)

 

Il programma della Festa:

programma festa 2007