Lega di cultura di Piadena
La Lega di Cultura di Piadena, con l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo Gianni Bosio a Roma, la SocietÓ di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, formano un arcipelago di realtÓ accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.


La Festa 2009

 

Video:

 


 

LE FOTO

(Grazie a Daniele, Claudio e Tiziana)

 

 

Testimonianze:

La Festa del 2009

I colori della Bassa

Giovedì. Telefono. “Pronto, ciao Micio”. “Ciao Crotti, eccoci, stiamo sistemando le ultime cose, siamo quasi pronti”. “Hai letto quanto ti ho scritto qualche giorno fa’?”. “Sì, Daniele. Ma c’è una novità: la cena di sabato sarà strettamente vegetariana” (ce lo spiegheranno poi il perché). “Bene; allora la coppa (leggi coppa di testa, o soppressa, o soppressata, o…) sarà per domenica; ci vorrà allora del buon olio extravergine d’oliva. Porterò una dama del nostro (ma questo l’ho solo pensato, però l’ho fatto davvero, credetemi!)”. A presto. A prestissimo.
Così comincia la mia festa, quest’anno. Sabato mattina parto. Sono con me Giovanna, mia moglie, e Marco, nostro figlio. Pochi ma Perugia è rappresentata (ci diranno). Siamo dal Micio, da Bruno, dalla Genia poco dopo mezzogiorno. E come fai a non sederti a tavola e pranzare con chi già è arrivato? E’ quasi un ordine, quello del Micio. E ben pochi sono gli ordini piacevoli. E dopo assai appetitosi maccheroni con peperoni e formaggio (ma c’è altro e altro ancora), i  Sibemolle allietano l’udito dei presenti con i primi canti (ma gli amici, e che bello, che emozione, rivederli, riabbracciarli, riparlarci, gli amici ci dicono che già il venerdì han fatto tardi perché ad un canto ne seguiva un altro…); d’altronde, dice il ‘padrun de casa’, “se vengono e non cantano, che vengono a fare?”. Ecco, il primo, anzi il secondo (o forse il terzo?) assaggio (o indizio?) dello spirito che aleggia da sempre quando siamo qua (ma anche quando non ci siamo).
La festa della Lega di Cultura è una festa vera. Ricca, viva, completa. Non ci si incontra solo per incontrarci bensì anche per conoscerci, per far conoscere le problematiche attuali, per fare sapere, per dialogare, perché la vita è lo stare insieme in modo non banale e puramente godereccio… E allora alla Sala Civica di Piadena (poi tutti a Pontirolo) per parlare e ascoltare e capire di ‘decrescita’, come è cambiato, qui, il mondo del lavoro, quali modelli di sviluppo (sul piano umano, culturale, politico), per dire della società dello spreco (e ripenso a Danilo Dolci; negli anni 50 e 60 quanto fece in Sicilia con le sue inchieste anche di denuncia! Che poi è quanto qui han poi in parte fatto i compagni della Lega, appunto, ma quella vera, e tuttora vogliono fare), per sottolineare quanto siano necessari più relazioni e meno consumi, meno consumismi… insomma come ci ha letto e condensato Peter leggendoci questa poesia di Brecht:

PIACERI

Il primo sguardo dalla finestra il mattino
Il vecchio libro ritrovato
Volti entusiasti
Neve, il mutare delle stagioni
Il giornale
Il cane
La dialettica
Fare la doccia, nuotare
Musica antica
Scarpe comode
Capire
Musica moderna
Scrivere, piantare
Viaggiare
Cantare
Essere gentili

Poi tutti sotto il tendone, per cenare insieme, con già le prime gocce di pioggia che ci condannerà, comunque piacevolmente, per tutta la giornata, dico tutta, di domenica, quella ultima di marzo. Una coppia di amici di Seveso (ricordate la diossina?; zitti tutti: non ricordiamola) ci ha raggiunto sin dal primissimo pomeriggio: un debutto per loro, come del resto per Giovanna, che tornerà rivitalizzata da questa incredibile (sì, incredibile per chi non l’ha mai vissuta) esperienza di…., ma sì, di vita!.
La giornata della domenica non ve la racconto; dovrei scrivere e scrivere e scrivere. E ne hanno parlato i giornali locali, il tutto è stato ripreso, altri forse racconteranno.

Andando andando ti sei mai chiesto se uno zingaro è felice?

E’ il titolo di un canto rom che ci ha cantato Bianca Giovannini. Cito questo come novità canora (e non soltanto) di questa giornata. I Giorni Cantati hanno fatto il resto con tutti coloro che l’hanno vissuta, venuti … beh, da ogni dove (d’altronde ‘Nostra Patria è il mondo intero’)…
Ma quando hanno cantato (e ricantato) ‘Peppino entra in camera’ mi sono commosso. E allora ho capito. Ho capito il mio stato d’animo e vi voglio descrivere la festa della giornata, delle due giornate, non con il racconto ma con quanto ho provato dentro di me.
Mia mamma ha vissuto a S. Lorenzo de’ Picenardi (a casa di zii perché rimasta prestissimo orfana e figlia unica), a due chilometri da Pontirolo. Ha fatto le suole elementari a Torre, le scuole medie a Piadena. Da ragazzino venivo, venivamo da questa parte per rivedere i parenti materni. Rivedere questi luoghi, risentire quel dialetto, osservare e ascoltare il mondo di questa bassa, i suoi colori, i suoi suoni, i suoi odori, mi ha confermato come non sia possibile distaccarsi dalle proprie origini, o comunque da una loro parte, e allora comprendi il perché sei così tanto attaccato a queste genti, a questa terra, a questo mondo. Essere qui è allora momento complesso, completo. Perché vivi il presente, ricordi il passato, ti entusiasmi per un futuro che non è certo facile, ma questa due giorni ti dà la forza e la voglia di perseguire obiettivi anche i più ardui, perché la socialità che qui convivi ti dà uno stimolo ed un piacere (letta e compresa la poesia?) ineguagliabili. Compagni, amici, a voi: grazie.

Daniele, con Giovanna e Marco, dalla terra d’Arna (dell’Umbria perugina)

 

Rassegna Stampa:

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edizione di Domenica 29 marzo 2009
PIADENA/PONTIROLO — È iniziata ieri e si concluderà stasera la festa 2009 della Lega di Cultura. Ieri al Centro civico è stato anzitutto proiettato ‘Il colore della bassa’, il documentario firmato da Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali. Quindi i saluti del sindaco Gabriella Malanca, che ha ringraziato Morandi per il suo servizio volontario prestato in Comune e ha sottolineato come coltivando i rapporti umani si possano risolvere molti problemi. Il sindaco di Drizzona, Ivana Cavazzini, ha rimarcato l’importanza del lavoro di ricerca svolto dalla Lega. Quindi la presentazione del convegno sulla decrescita a cura di Fiorenzo Gorni (Lega di Cultura), che ha passato la parola al primo dei relatori, Eugenio Camerlenghi (‘L’agricoltura ieri ed oggi. E domani?’). Quindi gli altri interventi. Oggi dalle 10, a Pontirolo, a casa di Azzali, altre relazioni e poi il via alla grande festa con il pranzo e la musica.


edizione di Lunedì 30 marzo 2009

di Davide Bazzani

PONTIROLO (Drizzona) — Pioveva a dirotto, ieri, durante la seconda e conclusiva giornata della festa 2009 della Lega di Cultura, ma l’acqua dal cielo era l’ultima cosa che preoccupava le centinaia di persone arrivate da tutta l’Europa, come sempre accomunati da un grande spirito e da un entusiasmo alle stelle. La giornata è iniziata alla mattina con un articolato dibattito. Gianni Tamino ha parlato di ‘Limiti e vincoli ambientali: esaurimento delle risorse, capacità di assorbimento e cambiamenti climatici’. Poi gli interventi di Mauro Bonaiuti (‘La prospettiva della decrescita’) e dell’assessore Marco Boschini sull’esperienza sulla decrescita nel Comune di Colorno, con le conclusioni a cura di Mario Agostinelli. Quindi spazio al momento conviviale, con l’accompagnamento musicale di vari gruppi: I Giorni Cantati di Calvatone, Coro di Siviglia, Ottoni di Milano, Napoli Extracomunitaria, Coro di Micene, Canzoniere Bresciano, Si Be Molle di Parigi, Suonatori Terra Terra di Firenze, Le Band di ‘Articolo 1’ di Sesto Fiorentino. Il tutto è stato ripreso con le telecamere da un gruppo francese: «Siamo qui per il quarto anno, è un evento fantastico che ci ispira per la nostra festa ‘gemella’ di Parigi, dedicata in particolare alle generazioni più giovani». Della particolare atmosfera si è accorto anche Vittorio Agnoletto, europarlamentare eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, già presidente nazionale della Lega Italiana per la lotta contro l’Aids. «E’ la prima volta che vengo qui — ha detto — e devo dire che questa festa mi dà davvero la carica per andare avanti. Al di là di quello che accade nel campo politico, la cultura regge. Qui si celebra la storia del movimento operaio, una storia che non è morta. Quello di oggi per me è un impegno assolutamente piacevole, soprattutto perché trasmette l’energia necessaria per i mesi che abbiamo davanti». Stesse sensazioni provate da Francesco Meloni, il sindaco di Orgosolo, località sarda che ha un forte legame con la Lega di Cultura, per il tramite del poeta e sindacalista Peppino Marotto, recentemente ucciso. Ieri c’era il nipote di Marotto, a Pontirolo, Vincenzo Floris.

 


La decrescita

programma

Dove dormire:
Agriturismo Airone Castelnfranco/Drizzona tel. 0375/389902
Agriturismo Riviera Oglio San Paolo/Piadena tel. 0375/380282
Agriturismo San Lorenzo Picernadi tel. 0372/33507 - 0375/94218
Hotel Margot Canneto sull'Oglio tel. 0376/709011

 


In occasione della festa 2009 la Lega di Cultura ripropone il quaderno-inchiesta

"Cacciati senza colpa"

che ricorda le problematiche legate all'abolizione dell'imponibile di manodopera negli anni che hanno visto svuotarsi progressivamente le nostre campagne in concomitanza con il processo di meccanizzazione dell'agricoltura. Con una nuova introduzione curata da Eugenio Camerlenghi.

 



DAGLI IMPONIBILI AL PRECARIATO E ALTRO.
50 ANNI DOPO


Il 30 dicembre 1958, con la Sentenza n. 78, la Corte Costituzionale dichiarava l’incompatibilità del cosiddetto “imponibile prefettizio” rispetto ad alcuni articoli della Costituzione, in ispecie l’art. 41 che tutela sia pure con alcune significative riserve la libertà dell’iniziativa economica privata. Poneva così fine a un istituto che, nelle sua forma contrattuale soprattutto, era stato tra i capisaldi di maggior forza per le organizzazioni di resistenza dei lavoratori agricoli in larga parte della Pianura Padana.

Introdotta nell’immediato dopoguerra (Dlcps 16.09.1947. n. 929) la normativa che, giusto cinquant’anni fa, veniva così a decadere aveva avuto lo scopo “di favorire il massimo impiego possibile di lavoratori agricoli nelle province o zone in cui particolarmente grave si manifesta la disoccupazione”; e dava facoltà ai prefetti di ordinare ai conduttori agricoli l’assunzione di un certo numero di lavoratori manuali per garantire un “carico obbligatorio di giornate lavorative per ettaro-cultura”. Era palesemente un supporto pubblico offerto all’azione sindacale, allora indebolita dall’esodo rurale già avviato, che nei primi anni del secolo XX aveva saputo imporre autonomamente, nei patti di lavoro, la regola d’imponibile alle controparti imprenditoriali.

La fine della forma prefettizia veniva a sanzionare una cesura netta, presto irreversibile, nella costituzione del lavoro agricolo. Da questo punto di vista già quel evento assumeva un valore epocale, che a distanza di mezzo secolo pare moltiplicato, solo che si rifletta alla progressiva caduta, venuta di seguito, delle tutele per i lavoratori dipendenti, da allora via via più deboli, dentro e fuori il settore agricolo. Una mutazione storica, un fondamentale spostamento di equilibri e di diritti all’interno di una società che si proclama “fondata sul lavoro”, al primo punto della propria Carta Costituzionale. Dal controllo diretto sull’occupazione si è passati alla legislazione di garanzia rispetto alle iniziative del padronato (come lo statuto dei lavoratori), agli ammortizzatori sociali spesso oggetto di erosioni e ridimensionamenti (dalla scala mobile alla cassa integrazione), per arrivare alla istituzionalizzazione del lavoro precario e alla pratica impunita del lavoro schiavile o senza tutela alcuna.

Ora dalle istituzioni europee si spinge per un prolungamento della settimana lavorativa fino a 65 ore. Ha scritto di recente Piero Bevilacqua: “io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”.

Su altri assetti della vita italiana il biennio 1959-60, che quella pronuncia della Corte in qualche modo inaugurava, incise in profondità. Dall’avvio dell’integrazione comunitaria al prevalere nell’economia periferica dei settori industriale e terziario, alle prime sperimentazioni dell’intesa fra partito democristiano e socialisti che sfociarono ben presto nelle esperienze di centro-sinistra tuttora praticate, fu un viluppo di eventi che fanno del 1960 un anno di svolta. Non è una forzatura constatare che, quasi in parallelo, da quella storica svolta prese impulso una impreveduta accelerazione del processo di deterioramento del territorio, che ha interessato l’intero paese. In ispecie nelle province della fascia padana, che furono sede di quelle lontane lotte agrarie, questa violenza si manifesta sul territorio agricolo fatto oggetto di usi impropri, che hanno finito per travisare in misura significativa quello che era stato l’altro fondamentale fattore produttivo, appunto la terra, che insieme al lavoro assicurava lo sviluppo di un’economia basata per secoli sull’agricoltura. Questa attività, nelle sue forme storiche, sopravvive oramai per oasi, isole nello spazio e nell’imprenditoria, in continua lotta tesa a conservare identità assediate da insediamenti “altri”. O, per meglio dire, rimangono arroccate nella pratica di rapporti sostenibili, se non del tutto virtuosi, con la terra e l’ambiente, altrove distorti da prelievi senza restituzioni e recapiti incontrollati di materiali anomali.

L’impoverimento del lavoro dato sul territorio, in qualità e quantità, ha voluto dire abbandono del presidio naturale di comuni risorse, rimozione di una barriera umana alla “ideologia del profitto economico, un tempo contrastato da altri valori”, che come dice Alberto Asor Rosa “ha rotto tutti gli argini”. Quell’ideologia che una bracciante comunista d’altri tempi mi seppe spiegare con poche parole:“la terra è mia e ne faccio quel che voglio”.

Si ripropongono così insieme e inesorabilmente le due contraddizioni di fondo – per dirla come si faceva nel secolo scorso – con le quali il movimento di sinistra deve fare i conti, lo sfruttamento dell’uomo lavoratore e lo sfruttamento delle risorse ambientali. Qui e in ogni altro continente. Se si vuole davvero uscire dalle secche dell’isolamento e dagli equivoci di un preteso “progresso”, fin qui appiattito sui modelli della crescita capitalistica

Eugenio Camerlenghi