Lega di cultura di Piadena
La Lega di Cultura di Piadena, con l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo Gianni Bosio a Roma, la Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, formano un arcipelago di realtà accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.


La Festa 2011

Lega di Cultura di Piadena 2011: la FESTA dal 25 al 27 marzo - lettera di Daniele Crotti

a Pontirolo, come sempre, in 'tanti' e 'belli' per un'utopia passata, presente, futura, un'utopia concreta, fatta di amicizia e di solidarietà, di fratellanza ed uguaglianza, di libertà e di democrazia. Sembrano parole retoriche. Ma non sono o non vorrebbero essere parole retoriche. Diventano retoriche se espresse in un certo contesto, storico o meno, e da parte di soggetti asserviti alle istituzioni e non coscienti e sensibili, liberi e schietti, umanamente disponibili.

L'atmosfera della festa la capto già un paio di mesi o tre prima, quando durante le vacanze di fine anno, parlando con il Micio, con Bruno, con il Peto, con Enrico, gli stessi dapprima mi accennano e poi mi confermano la data, come sempre l'ultimo fine settimana di marzo, per questa inimitabile festa (di canti, di amicizia, di amore, di vita) e mi dicono del tema di quest'anno: 'A cosa serve il canto popolare'.
Meraviglioso, mi dico. A febbraio, appare sul sito della Lega di Cultura il programma, preceduto da una presentazione di Sandro Portelli. La leggo, rifletto e subito ho voglia pur'io di 'dire la mia', in buona parte in assonanza da quanto e con quanto scritto da Sandro.
Ecco il mio pensiero al riguardo:

I CANTI POPOLARI DELLA TRADIZIONE ORALE


Nel 1975 Sergio Boldini scrisse per la 'Editrice sindacale italiana' (della CGIL) un interessante e approfondito testo dal titolo "Il canto popolare strumento di comunicazione e di lotta", suddiviso in capitoli che ben ne esprimono il contenuto: la canzone di consumo e i canti popolari di lotta nella strategia culturale della classe operaia; i canti della tradizione popolare e il loro valore storico-culturale; i canti tradizionali del movimento operaio e democratico (dell'antifascismo e della resistenza, dell'emigrazione e contro la guerra); i canti di lotta della nuova creatività operaia; i canti di autori contemporanei, diventati popolari. Ogni capitolo è suddiviso in svariati paragrafi, che affrontano la ricca, complessa e talora contraddittoria problematica specifica. Particolarmente importante è la prima parte in cui dal tema della libertà e integrazione dei lavoratori rispetto ai grandi mezzi dell'informazione e della comunicazione di massa si arriva al tema essenziale che è quello, appunto, del canto popolare come strumento di comunicazione, di lotta e di cultura della classe lavoratrice, analizzandone la strategia per un loro recupero, del perché di un loro recupero, e della necessità del loro recupero, oggi come oggi, non tanto per parafrasare Ivan Della Mea - tra i primi all'avanguardia di tale processo culturale e musicale - che affermava che 'un passato addomesticato è un presente falsato e un futuro fottuto', quanto per delineare il percorso da individuare e seguire per una riproposta del canto popolare e per la sua diffusione coi mezzi moderni e con la 'cultura' dell'oggi, non venendo meno a quanto disse Bela Bartók (musicista 'classico' che tanto trasse dalla cultura musicale tradizionale del suo popolo): "tutto ciò che è nuovo e significativo deve essere sempre connesso con le vecchie radici; le radici veramente vitali che vengono scelte con gran cura tra quelle che invece si limitano a sopravvivere".
Nel 1947, prim'ancora pertanto del Boldini, Emilio Sereni, nelle sue 'Note sui canti tradizionali del popolo umbro', a proposito de 'Il canto e la poesia popolare', scrive che "le sue aspirazioni, i suoi sentimenti sono così espressi: a) da canti che sono immediata espressione (canti di lavoro, ecc.), b) da canti detti "degradati", c) da canti popolareschi. Il carattere comune è dato da una selezione, attraverso la quale il popolo, anche se non li crea lui, sceglie quei canti che, per ragioni di contenuti e di forma, sono adeguati all'espressione dei suoi sentimenti e aspirazioni. … La "popolarità" di un canto non va dunque ricercata in caratteri intrinseci (…), … va ricercata … in un rapporto di classe…".
Non a caso, e l'aggancio a quanto scrive Portelli, è viepiù concreto, "La vita del popolo - riporta, nella citazione alla prefazione del volume di Sereni, G. Pitrè (1891, pensate!) - si è confusa fin'oggi con quella de' suoi dominatori, nella quale si è perduta; della sua storia si è voluto fare una cosa stessa con la storia de' suoi governi, senza pensare che il popolo stesso ha memorie ben diverse da quelle che tanto spesso gli si attribuiscono sì dal lato delle sue istituzioni, e sì da quello degli sforzi prepotenti da esso durati a sostegno dei propri diritti". E continua: "Il tempo di ricercare queste memorie, di studiarle con pazienza, di fecondarle con amore è venuto anche per noi. Il filosofo, il legislatore, lo storico, che cercano di conoscere intiero questo popolo, sentono oggimai il bisogno di consultarlo ne' suoi proverbi, nei suoi canti, nelle sue fiabe, non meno che nelle frasi, ne' motti, nelle parole". E conclude, sempre il Pitré: "Accanto alla parola sta sempre il suo significato, dietro il senso letterale viene il senso misto e l'allegorico; sotto la strana e dimessa veste della fiaba si troverà adombrata la storia e la religione dei popoli e delle nazioni".
Qualche anno più tardi del Pitré, Bela Bartòk, e siamo nel 1910, affermava che 'la musica popolare sta sparendo e bisogna sbrigarsi a raccoglierla'.
Se da un lato la riscoperta e la riproposizione dei canti popolari assume valenza non soltanto di memoria del passato ma anche di rivitalizzazione del nostro vissuto ("la memoria è il nostro futuro", recita uno slogan forse pubblicitario, ma puntuale ed efficace), dall'altro non si può dimenticare che il canto tradizionale è stato ed è uno strumento di comunicazione e di conoscenza importante, a mio avviso, della vita della gente, delle sue tradizioni, appunto, della sua quotidianità, ma pure della storia, sì, della storia, raccontata però da un altro punto di vista, non quello ufficiale ed istituzionale, bensì quello di chi la storia l'ha vissuta e sofferta, in silenzio, ignorato, vilipeso, trascurato, ossia quello del popolo, o, in altri termini, più semplicemente della realtà contestuale tramandataci dai nostri antenati e da noi stessi più o meno, bene o male, assimilata.
Il nostro Paese, ma non soltanto il nostro Paese (pensate ai canti tradizionali palestinesi, per esempio, ove l'importanza ed il valore dei medesimi è tale anche per recuperare una identità, calpestata dall'aggressione, dalla invasione, dalla colonizzazione, da parte di Israele dei suoi territori e della sua 'terra', ossia del suo patrimonio materiale ed immateriale) è ricco di siffatte tradizioni, di tale cultura, di storia e storie raccontate nel canto e con il canto.
Un altro grande musicista, pur'egli attratto dalla tradizione musicale della sua terra, credo, e consapevole dell'importanza della vera 'musica popolare', quale era ed è Igor Stravinskij, sosteneva che "Una vera tradizione non è testimonianza di un passato remoto; è una forza viva che anima e alimenta il presente". A dire che, se è vero che gruppi spontanei di canti tradizionali tuttora persistono in varie aree italiane, al nord come al centro e come al sud (o viceversa, se preferite), senza cadere nel retorico, nel banale, o nel 'macchiettistico', molti gruppi di riproposizione stanno riproponendo, e scusate il bisticcio, e vogliono riproporre il 'CANTO POPOLARE', quello 'vero', non certo per trasformarlo in altro, o sminuirlo, o renderlo altro da ciò che è stato e che deve rappresentare, ma proprio per recuperarlo e riadattarlo alla cultura attuale senza dimenticarne l'indubbio valore storico, che è passato, presente e futuro. Come disse non molti decenni addietro W. Faulkner: "Il passato non muore, non è nemmeno passato".
Ecco 'a cosa serve' o perché serve 'il canto popolare'.

Pensata, scritta ed inviata questa mia riflessione - sentita e di cui ne sono convinto: un'utopia che si concretizzerà? - , mi sono mosso. Per confermare la mia presenza con Giovanna, come sempre ormai, per telefonare e parlare con alcuni amici di vecchia o di recente data, in parte già 'battesimati' nella cascina degli Azzali. Non potrà esserci il nostro Marco, assente e lontano per motivi di studi, non ci sarà Luca, da poco più di un anno padre di una bellissima bambina, non ci saranno altri, ma ci saranno, come anno passato, il caro Ezio con la moglie Isa (da Seveso; ad Ezio in particolare, mi lega una amicizia sin dai tempi delle scuole elementari). Con mia sorpresa, e ne sono stato felice, poco tempo fa Enrico con la moglie Assunta avevano due giorni liberi e volevano fare una brevissima vacanza qui nella nostra terra d'Umbria - ma 'nostra patria è il mondo intero', 'comunque e ad ogni costo '. Sono stati nostri ospiti e abbiamo passato due giornate piacevoli e così già ci siamo immersi nella festa, quasi imminente, parlandone a cena, discutendone, emozionandoci.
Ma la cosa per me quest'anno più sorprendente sta nel fatto sta che, e credetemi non so neppur io come sia successo anche se era da un po' di tempo che l'idea mi frullava in testa, quest'anno varcherà la soglia di quella mitica arcata che dalla statale della S. S. 10, 'el stradòn', porta a Voltido ('Novecento' di Bertolucci ce lo ricorda con la toccantissima scena in cui la Genia canta 'Quando Bandiera Rossa si cantava', per me un po' il simbolo di tutto ciò), ove risiede il Micio e che altro non è che la sede di questa Lega di CULTURA (e la maiuscola è d'obbligo per questa parola sempre più 'necessaria'), quest'anno, dicevo, varcherà la soglia, un soglia aperta a tutti coloro che pensano, parlano e cantano in libertà, anche la Nuova Brigata Pretolana (Pretola è un sobborgo di Perugia, posto sul fiume Tevere), di cui non posso ora raccontarne la recente storia; ma non mancherò, credetemi.
Mi sono 'emailizzato' (chissà quando anche questa orrenda parola sarà accettata dal Vocabolario Ufficiale della Lingua Italiana: e-mail già la troviamo nella edizione 2011 dello Zingarelli) più volte con Enrico, che mi ha espresso entusiasmo per la cosa. I componenti della 'Nuova Brigata Pretolana', come i loro predecessori di alcuni decenni addietro, cantano soprattutto, con i loro canti, la vita e le storie delle borgate paesane di allora, fatta di artigiani, piccoli commercianti, negozianti, casalinghe, borgate dislocate lungo ed ai lati del corso del Tevere, ed utilizzano per la parte musicale strumenti essenzialmente 'casarecci', ossia posate, stoviglie, bottiglie e bicchieri, vassoi, tavoli, insomma tutto ciò che può emettere un suono. Speriamo di offrire un diverso e ulteriore contributo a questa festa anche noi, pertanto.
E' arrivato il venerdì. Partenza. Sale il desiderio di arrivare quanto prima per rivedere gli amici e calarsi in quel clima e in quella atmosfera che ti sorridono e ti stimolano, anche quando il tempo è avverso, quando piove, quando è ancora freddo, quando sei costretto a stare sotto il tendone e non potere sfogarti nel 'bosco dei popoli'. Che bello che era il progetto che aveva proposto Luca. Purtroppo i fondi, le risorse non ci sono e dobbiamo solo sognare, ma un'utopia concreta perché non pensarla ?! E' bello egualmente ed allora intanto pensiamo al viaggio. Oggi c'è il sole.

Detto tutto questo mi calo nei panni di un cronista e vi racconto di questa festa, di questa 'particolare festa', che ho… vissuto, e quindi non con gli occhi di un semplice visitatore, ma con lo stato d'animo di chi l'ha partecipata in tutto e per tutto.
La festa si è aperta alle 19 del venerdì con una prima cenetta, e già si era non pochi di certo, alla "ca' del Miciu", per poi tutti recarci al Concerto musicale di venerdì nel bel teatro di Casalmaggiore: oltre due ore e mezzo di canti della 'nostra Italia' con Giovanna Marini ed il suo coro (canti delle mondine, delle tessitrici, delle filandere, …, canti noti e meno noti, ma rappresentati in maniera del tutto originale), con canti multietnici della 'Sarabanda' di Roma (Sara Modigliani ed il suo 'coro multietnico' con espressioni musicali vocali dal Bangladesh, dalla Costa D'Avorio, dalla Romania, e via dicendo), con i 'Si bemolle' della Capitale francese (soprattutto con i loro canti corali sull'esperienza tragica della Comune di Parigi), con il gruppo dei Marsigliesi (in formazione ridotta ma con il piacere ed il dovere di esprimersi in lingua occitana), con i portoghesi della 'Casa Achada' di Lisbona (che concludono con il 'Se è ben che siamo donne' cantata da tutti i numerosi partecipanti); e che bella acustica questo teatro di Casal Maggiore, davvero! E poi a 'nanna', perché ci saranno altri due giorni assai 'impegnativi'.
La mattina del sabato siamo tutti ad Acquanegra sul Chiese per la cerimonia della scopertura della quanto mai 'dovuta' lapide a Gianni Bosio, sulla casa ove visse; Gianni Bosio cui la Lega ed il movimento di recupero della 'cultura altra' deve tanto se non tutto. Giuseppe, emozionatissimo, introduce Camerlenghi che in parole semplici ricorda la figura e la vita di questo 'intellettuale rovesciato', con la sua 'schietta mantovanità' strettamente intrecciata alla realtà sociale del luogo e del mondo intero; segue Alessandro Portelli, presidente del non a caso 'Circolo Gianni Bosio' di Roma, come sempre profondo e ricco nei suoi contenuti interventi, che sottolinea in special modo la sua 'formula di insegnamento' (ricordando la sua fondamentale opera 'Il trattore ad Acquanegra'), ossia ascoltare per imparare prima di tutto, e il suo 'lavoro culturale', che è al contempo 'lavoro politico', che altro non vuol significare che ricerca e intervento ed intervento con ricerca. L'Arrighetti, a nome di tutto l'Istituto Ernesto de Martino, confessa che al 'Giuàn dell'Ivan', che creò di fatto l'Istituto medesimo, deve, senza averlo potuto incontrare, la 'conoscenza' (e, se il termine azzardato poco importa, anche 'scientifica') dell'autonomia e dell'antagonismo delle classi subalterne, e la sua formazione di militante sociale sempre più convinto. Enrico Tavoni rammenta che siamo ormai a 40 anni dalla sua morte, e allora qualcosa d'altro si dovrà pur fare, oltre a cantare tutti insieme 'Bandiera rossa Giuàn te se ricordet'… C'è anche Giovanna Marini, che dice poche ma concrete parole e che, per 'vivere l'utopia aspettando il giorno giusto', intona 'Bandiera rossa', 'Nostra patria è il mondo intero', e altri canti che tutti accompagniamo con partecipazione sentita e viva prima del simpatico rinfresco nel giardino della casa dove Bosio visse e che possiamo visitare. Il pomeriggio siamo in tanti al Convegno sul tema previsto, e quanto mai necessario, ovvero 'A cosa serve il canto popolare', che poi proseguirà la mattina della domenica, sull'aia coperta della cascina del Micio a Pontirolo di Drizzona. Non entro nel merito di quanto esposto; sarebbe cosa troppo lunga e complessa, ostica e difficile. Forse altri lo potranno fare e lo faranno; a me preme sottolineare la originalità dei vari interventi, variegati nella loro esposizione: dalla più 'tradizionale' criticità dialettica del Portelli all'intervento 'dialogato' del gruppo di Lisbona, un dialogo tra due persone che cercano di spiegarsi e comprendere cosa significa oggi il canto popolare; dal racconto dei gruppi francesi che riportano quanto emerso da precedenti loro incontri ad hoc al video 'shock' degli spagnoli che 'si inventano' ed improvvisano un flamenco come mezzo per la lotta al sistema capitalistico, ben rappresentato dalle banche e dai suoi banchieri, all'interno di alcune banche per l'appunto ('Banchiere, banchiere, banchiere, / tu hai il portamonete / e io ho un vaso da fiori', 'Banchiere, banchiere, banchiere, / tu non hai nulla / e io ho il mondo intero'); dal poster letto e commentato dei compagni del gruppo 'Le voci di mezzo' di Milano all'intervento di Sergio Lodi su quanto c'era a Piadena una volta e cosa non c' è più oggi, ricordando in breve la storia del 'suo' 'Gruppo padano di Piadena'; dalla 'lezione' musicale della Marini (i canti popolare di tradizione orale, ma pure scritta, sono i più spontanei, i più veri, i più ricchi, e quindi i più completi, anche perché svincolati da meccanismi musicali eruditi vincolanti e vincolati) al percorso socio-politico-musicale di Cesare Bermani che ricorda perché abbia presentato il suo ultimo libro con tre CD inclusi ('Pane, rose e libertà'. La canzoni che hanno fatto l'Italia: 150 anni di musica popolare, sociale e di protesta') a Sanremo contro il festival della 'canzonetta italiana'; da Tavoni che ha esposto lo storia de 'I giorni cantati' (il giorno avanti anticipata da alcuni canti che mi hanno emozionato soprattutto per chi li ha cantati) a Pestalozza che ha affermato, frutto della sua lunga esperienza anche di partigiano, che se è vero che si parla di musica alta e di musica bassa, è altresì vero che la musica popolare è di rottura e di protesta e quindi d'avanguardia. Un breve dibattito ha certamente arricchito il tutto, e riaffermato il valore, storico, culturale, di 'liberazione', del canto popolare per il quale rimando a quanto ha scritto Portelli e a quanto ho scritto io all'inizio. Insomma: sicuramente il canto popolare serve, non foss'altro che per cantare, stare insieme, ricordare, sapere, raccontare…
Poi la FESTA. Ma la festa non si può raccontare, si deve vivere. E' necessario esserci.

Daniele Crotti



Ingresso della Banda di Canneto sull'Oglio





Discorso letto ad Acquanegra sul Chiese (MN) per l'inaugurazione della lapide sulla casa di Gianni Bosio

(Acquanegra s. Chiese, 26.03.2011)


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Acquanegra sul Chiese Lapide per Gianni Bosio - 26 marzo 2011 (foto di D. Crotti)


È forte l'emozione di ritrovarsi in tanti, qui nei luoghi di Gianni Bosio.
Volti noti, volti nuovi, con gli sguardi, i modi dello stare insieme rimasti nei ricordi di tanti anni, quelli di sempre di una sinistra aperta, tollerante, non violenta, studiosa.
Della quale erano attori e partecipi, con fiducia e speranza, i molti di noi che ebbero in sorte di frequentare Gianni, e trascorrere ore in questa casa, divenuta punto di riferimento durante i fine settimana che Bosio amava dedicare ad Acquanegra e ai suoi familiari. Tra i suoi libri e i tanti documenti che qui accumulava, s'intessevano conversazioni cortesi e generose, feconde di idee e di proposte di lavoro. Non mai convenzionali o inutili.
Gianni era conversatore disteso, illuminante per chi lo ascoltava. Ma anche ascoltatore attento e osservatore acuto.
Sapeva comprendere chi veniva a incontrarlo. Ne coglieva qualità, attitudini, ne interpretava le vocazioni. Se si trattava di lavorare insieme metteva così l'interlocutore nella condizione di dare il meglio di sé. In questo senso è sembrato bello e importante, ai suoi amici e compagni e discepoli, scolpire sui muri di questa casa il ricordo della sua presenza, e del suo magistero, della sua elaborazione culturale alta, delle ore e delle giornate che colmarono le loro menti e i loro cuori.
Non meno importante deve essere, credo, per la comunità acquanegrese, farsi custode del marmo che oggi si posa su questa casa, affacciata a questa piazza, davvero civica; da cui giusto quarant'anni or sono, in una triste giornata d'agosto, fitta di presenze solidali e commosse, come quelle di oggi, partì la salma di Gianni Bosio per essere deposta nel cimitero del paese. Per noi che siamo stati in diversa misura coinvolti nella straordinaria avventura culturale e umana di Gianni, Acquanegra sul Chiese non è scindibile dal ricordo di lui. Nella memoria i due nomi si legano, l'uno richiama l'altro, l'altro si riflette nell'uno. Qui, in questo borgo, in queste campagne, la storia culturale di Gianni Bosio ha le sue radici più profonde. Questa casa, questa piazza evocano le ombre, echeggiano i discorsi dei suoi antichi compagni, dei vecchi acquanegresi fieri e libertari che gli furono amici e paterni maestri, di cui seppe cogliere e raccontare la profonda umanità, la singolare esperienza, la capacità di trasformarla, quell'esperienza, in sapienza di vivere: Belochio, che ripeteva "epicamente" le sue storie di guerra e di fatiche "seduto in terra contro el mür del Cafè Grant", el Conte, sarto-barbiere, "alto, magro, hidalghesco, spropositato come un garibaldino, pungente come un vecchio socialista", Carli divenuto socialdemocratico, Curzio prosindaco socialista durante la prima guerra, poi militante comunista, e tanti altri.
La mantovanità di Bosio - che, come è stato più volte osservato, nasce e muore in terra mantovana - o meglio la sua appartenenza alle contrade contadine della Bassa lombarda è fatta di questo intreccio stretto, di questa immersione nella realtà sociale, della ricerca sull'uomo che va compiendo con animo aperto, a partire dalla comunità contadina di Acquanegra, cui si lega la sua opera di maggior respiro e spesso di autentica poesia - ancorché incompiuta - il "Trattore ad Acquanegra", appunto.
È questa stessa sua formazione che lo spinge a rileggere la storia sulle orme di Gramsci, certo, ma per indagare più a fondo proprio dentro quei ceti, quelle classi che la lotta per il Risorgimento nazionale, di cui oggi si celebrano le ricorrenze, aveva lasciato fuori; e dei quali gli storici continuavano a parlare come di un oggetto estraneo. Vuole andare più a fondo, vuole capire lo stato dei contadini, visitare e conoscere la classe assente dal processo di unità nazionale.
Salta un fossato che fino allora, anche da parte di una sinistra illuminata, si era guardato con circospezione. Si pone anzi dall'altra parte, in una "prospettiva dal basso", e ritrova la cultura, la moralità, i modi di vita di un popolo asservito che è il suo, lo riconosce nella cultura che ha imparato a conoscere nelle osterie e nelle corti del Basso Oglio, nella concezione della vita che aveva scoperto nei vecchi compagni. Ripercorrendo le vicende dei primi movimenti di resistenza, delle organizzazioni socialiste e anarchiche delle origini, scuote la prevenzione paternalistica nei confronti dei contadini, rimasta in qualche modo, e a lungo, anche nel rapporto con i nuovi partiti di matrice operaia.
Bosio sa benissimo che "con i contadini si può operare insieme in un periodo rivoluzionario, ma non si fa il socialismo", li studiava e li frequentava per comprenderne la condizione, i modi della loro subalternità, frutto - e lo abbiamo veduto bene nei decenni seguiti alla sua scomparsa - di uno "spietato sviluppo del capitalismo (che) riduce la campagna a propria simiglianza e proiezione".
I conti andavano dunque fatti col capitalismo. Per questa via si poteva tornare a far politica, recuperandone dignità ed efficacia per mezzo della consapevolezza storica: "la storia recuperava l'avvenire della politica e dell'ideologia".
Gianni Bosio ebbe il sentimento, forte e drammatico, di come nella seconda metà del Novecento si stesse andando verso una crisi lunga e difficile, che si sarebbe inesorabilmente scaricata sulle classi sottoposte. Contro la quale le vecchie forme partito, i consueti modi di praticare la politica nulla avrebbero potuto. Da qui la ricerca di mezzi e strumenti nuovi. Con il recupero, rigorosamente filologico, del canto popolare storico e la sua riproposta a fianco della nuova canzone di lotta. "L'Italia l'è malada" e "Contessa". Giovanna Daffini e Ivan Della Mea.
Con la proposta rivolta alle giovani avanguardie contadine e operaie della Bassa lombarda - ancora qui - di costruire con le Leghe di Cultura sedi e occasioni per un agire politico nuovo, più accessibile e più democratico, con il fine di "individuare le linee di un rinnovamento del movimento operaio che lo armi di strumenti adeguati per una azione adeguata: il contrario della fuga all'indietro e della fuga in avanti". L'attualità del pensiero e delle opere di Gianni Bosio rimane per intero dentro la confusione di questa lunga crisi italiana e ancor più rimane preziosa l'indicazione del suo metodo di lavoro: del confronto, della ricerca della verità, del dare voce fedele alle istanze e alle culture di chi è "altro" da noi. Qui dove il suo lavoro ha preso l'abbrivio, dove egli volle essere cronista cosciente di una società contadina ricca di conoscenze e di creatività, si vorrebbe che fosse ricambiato da una memoria perpetua, riconoscente e affettuosa, che con le poche parole oggi incise aiutiamo a conservare.

Eugenio Camerlenghi




Da Susanna Serpe del coro Balzani riceviamo queste parole:

"Da Piadena in poi"

Caro Sandro, Cara Sara, Caro Felice, Cara Fiorella, Caro Attilio, Cara Sushmita, Caro Anatole, forse suona fuori tempo, ma certo non fuori luogo, provare a dire dal cuore quello che nasce quando ci si incontra così, come per caso ma invece per forza di un mondo e di un'epoca di tale scontento, di tale fatica a credere noi e ancora, in un mondo migliore.
I giorni di Piadena, gli sguardi che portano indietro nell'epoca delle belle speranze, che sono ancora tutte tue Sushmita, sono il sale e l'unguento di quelle ferite che, per forza di storia ci siamo fatte da soli, ci siamo scambiate e ci vogliamo ancora procurare, pur di sapere che tutto il nostro sforzo l'abbiamo compiuto. Piadena e i sorrisi suoi, il Micio e l'immensa generosità fuori da ogni tempo e da ogni storia, mi danno la forza, la carica ancora, non di un pupazzo nelle mani della ineluttabile storia ma al servizio del mondo che arriva, che voglio sia diverso, pieno di soddisfazioni per te, Sushmita, che nei miei occhi raggiungerai l'incanto di qualcosa che il Micio ha già previsto e realizzato. Tu, Sushmita, con Greta, Ida, Viola, Francesco, Tommaso, Viola Marina, Roxana, Laura, Marielle, Maverik, Francesco, Gabriel, Alessio e Angelica, Melissa e Yuli, tu e gli altri che ancora hanno il sorriso forte che sgorga dal cuore, porterete avanti quello che a Piadena è stato visto ieri e l'altro ieri e tanti anni indietro.
La musica il mezzo, la certezza del cuore generoso e sincero, la fonte da cui proviene la forza per creare questo insieme di mondi migliori che sarà poi uno solo ma tanti, tanti quanti i modi e i desideri che vorrete metterci dentro, rispettosi ognuno di quelli degli altri.
Vi vedo già, con le Madri e i Padri alle spalle, costruire forti e sicuri dei sentieri che i vostri figli troveranno già migliori, certamente migliori, di quelli che vi stiamo lasciando.
Grazie
Susanna






L'argomento della prossima festa della Lega di Cultura del 2011 sarà:

A CHE COSA SERVE IL CANTO POPOLARE


Da più di tre secoli si annuncia la morte del
canto popolare e da quattro secoli l'evento è
rinviato. Ma se non è morto, certo il canto
popolare non sta bene, almeno nei modi che
abbiamo conosciuto. Se confrontiamo due grandi
manifestazioni dei metalmeccanici – quella del
1977 e quella del 16 ottobre 2010 – troviamo un
innegabile indebolimento nelle forme espressive,
negli slogan, nelle parodie, nei canti. Diceva
Woody Guthrie: la canzone popolare è forte se è
forte il movimento operaio. Se oggi fatichiamo a
trovare nel mondo delle classi non egemoni – gli
operai, i precari, i migrati le forme
espressive che da mezzo secolo abbiamo raccolto e
riproposto, forse non è solo perché alcune
possono essere obsolete, ma anche perché la crisi
dei soggetti, la durezza di nuovi rapporti di
classe, la perdita di rappresentanza politica e la
pervasività delle culture mediatiche e di consumo
hanno indebolito la voce non solo del canto ma
anche della soggettività politica antagonista e
alternativa di cui il canto popolare è stato
storicamente sia espressione sia strumento
organizzativo. Non mancano controtendenze, forme
ibride (come sempre peraltro le culture
popolari), terreni di confine fra antagonismo e
consumo, forme di revival che costituiscono nuove
socialità. Andarle a cercare è oggi meno facile
che in passato. Ma riconoscerle e promuoverle
senza preconcetti significa anche individuare e
organizzare luoghi possibili di alterità e di
resistenza culturale – che possono essere la
ballata e l'ottava rima come il rap o la musica
dei suonatori migranti nelle strade delle nostre
città. E continuare a cantare il repertorio
storico può servire a tenere viva, senza
nostalgia, la coscienza di una storia senza la
quale rischiamo ogni giorno di dimenticare chi siamo.

Alessandro Portelli



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